Linee di misurazione delle proporzioni del corpo usate nella costruzione delle figure scultoree. Pic from web.

Geometrie di un corpo che danza

Che cosa accomuna, nella millenaria tradizione indiana, i trattati di pittura e…

Che cosa accomuna, nella millenaria tradizione indiana, i trattati di pittura e scultura al Natya Shastra, base di ogni arte scenica e del Bharatanatyam?

La scomposizione delle geometrie di un corpo che danza in sotto-unità semantiche, lo studio del movimento di queste nello spazio, lo sviluppo di un linguaggio tecnico.

Il Quinto Veda suddivide infatti l’apparato scheletrico in sei arti maggiori (anga) e sei minori (upanga). Gli anga sono: testa, busto, fianchi, vita, mani e piedi. Gli upanga definiscono invece le parti del viso: occhi, sopracciglia, naso, labbro inferiore, guance, mento.

L’unità di misura con cui descriviamo posizioni statiche, gesti e movimenti è il tala, corrispondente all’incirca a 20 cm o a due pugni accostati: ciascun corpo ha le sue proprie proporzioni, impossibili da imprigionare in una struttura troppo rigida e fissa.

Gli shilpashastra, i trattati architettonici, analizzano le figure scultoree in base alla distanza che ciascuna parte del corpo assume rispetto ad assi (sutra) verticali e orizzontali, che vanno a creare una sorta di griglia di linee immaginarie di riferimento. Le assi verticali enumerate dagli shilpashastra sono generalmente cinque: brahmasutra (l’asse gravitazionale), madhyasutra (la linea centrale del corpo), parshvasutra (le due linee speculari laterali che attraversano la metà destra e sinistra del corpo), kakshasutra (la linea del profilo esterno del fianco, dall’ascella al quinto dito del piede), bahusutra (la linea che cade dalla spalla verticalmente a terra). Gli assi orizzontali sono invece tre: hikkasutra (passante alla base del collo), badhrasutra (passante per l’ombelico), katisutra (passante per i fianchi all’altezza dello snodo dell’anca). In questo modo si ottengono quattro unità (testa, busto, bacino e gambe) capaci di muoversi indipendentemente l’una rispetto alle altre.

ESATTAMENTE COME PER GLI SHILPASHASTRA, IL NATYA SHASTRA CLASSIFICA QUASI TUTTI I MOVIMENTI CORPOREI IN BASE A QUALI ARTI SI DISTANZIANO, E DI QUANTO, DALLA LINEA DI BRAHMA. 

Nella danza e nella scultura, possiamo identificare e descrivere la posizione di un corpo statico o in movimento anche in funzione delle flessioni dell’asse della colonna vertebrale con le conseguenti inclinazioni dei sutra orizzontali.

bhanga
Pic from web

I testi antichi ci indicano quattro possibili flessioni (bhanga): abhanga (leggera flessione naturale della colonna che si ottiene quando il peso è di poco sbilanciato su un fianco), samabhanga (come nelle posizioni di samasthiti dello yoga classico, il peso viene equamente distribuito sui due piedi, ottenendo un perfetto bilanciamento), atibhanga (massima deviazione possibile dalla linea verticale di Brahma a partire da un’unica spezzatura della madhyasutra all’altezza di katisutra), tribhanga (completo spostamento del peso su un piede, accompagnato da una tripla flessione in direzioni opposte della colonna vertebrale all’altezza delle tre linee di hikka, bhadra e kati)

Molti stili classici si definiscono e caratterizzano proprio in base all’uso dei bhanga. Ad esempio lo stile Odissi, originario dell’Orissa, fa largo uso del tribhanga, mentre il Bharatanatyam predilige l’atibhanga.

Dal concetto di bhanga derivano poi i vari tipi di sthana, le posture, che dipendono in primo luogo da come vengono poste le basi della costruzione architettonica, ossia dalla posizione dei piedi e delle gambe.