Testo sanscrito tratto dallʼdizione dello Abhinayadarpaṇa curata da M. Gosh.

Āṅgikam

āṅgikam bhuvanaṁ yasya vācikaṁ sarvavāṅmayam |

āharyaṁ candratārādi taṁ numaḥ sāttvikaṁ śivam ||

Noi rendiamo omaggio a Śiva Sāttvika

il cui āṅgika è il mondo

il cui vācika è lʼinsieme di tutti i linguaggi

il cui āhārya è la luna insieme alle stelle

Tratto da Nandikeshvara, Abhinayadarpaṇa, traduzione italiana di Pietro Chierichetti, Alberto Ferrero Editore, Tucson 2015.

Āṅgikam è, probabilmente, lo śloka («verso») più conosciuto da chi pratica Bhāratanāṭyam, uno dei primi che si impara durante il percorso di studi in quanto invocazione ben augurale per il dio Śiva e sequenza coreografica breve e di facile memorizzazione.

Questo verso è posto ad apertura di uno tra i più importanti trattati sul teatro indiano, lo Abhinayadarpaṇa (generalmente tradotto come «lo specchio del gesto») di Nandikeshvara.

Nel verso sono elencate le quattro caratteristiche peculiari del dio Śiva: āṅgika, il corpo, paragonato allʼuniverso, vācika, la parola, che comprende tutti i linguaggi, āhārya, gli ornamenti, costituiti dalle stelle e dalla luna ed infine sāttvika, la purezza.

In realtà, le quattro qualità attribuite a Śiva corrispondono a quattro diversi abhinaya. Abhinaya significa letteralmente «portare verso», e designa quindi quattro gruppi di abilità che danzatore ed attore devono saper padroneggiare.

Āṅgika è il corretto utilizzo del corpo, secondo i dettami riportati dal trattato stesso, che include la conoscenza delle mudrā, i gesti delle mani, degli sthanaka, le posizioni del corpo, e di tutte le tecniche corporee necessarie allo svolgimento della performance.

Con il termine vācika si intende lʼabilità nella modulazione della voce o, nel caso specifico della danza, la capacità di comprendere ed interpretare la parola poetica.

Āhārya indica gli ornamenti, dal costume ai gioielli fino al trucco scenico necessari a rendere riconoscibile un personaggio e ad immergere pienamente interprete e spettatore nel contesto teatrale.

Sāttivka, infine, è lʼabilità nel veicolare le emozioni.

I quattro abhinaya si delineano dunque come un percorso attraverso il corpo ed i sentimenti del danzatore-attore, il cui fine ultimo è quello di suscitare nel fruitore quel sentimento sublime che è il rasa.

La recitazione del verso è anche un ottimo strumento per la memorizzazione delle qualità e delle conoscenze che un interprete deve conoscere a fondo per potersi immergere nello studio e nella pratica della danza, perfettamente aderente ad un insegnamento di tipo orale che vede il suo fondamento nella trattatistica classica indiana.

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